L'opera cinematografica può essere letta e interpretata come un vivo esperimento immaginifico se una realtà di un certo tipo non viene presa troppo in considerazione. Come una fiaba o un sogno. Il film rispecchia la mia natura intima e rappresenta una dimensione in cui la gente, se lo desidera, può entrare.  

Qui pongo in analisi lo stato di terrore sociale, la semplicità che può nascondersi dietro un abominio, quei valori pur apprezzabili (l'importanza dell'istruzione scolastica, ad esempio) che finiscono inevitabilmente per perdersi dietro logiche già programmate, e poi il gusto per un cinema che fa a botte e va di corsa (c'è Schwarzenegger!... nei pensieri degli assalitori...). Quindi la cura del proprio corpo in chiave approfondita prima di macchiarsi la pelle di sangue: contraddizioni, strade da seguire. 

E poi lo sberleffo, la presa in giro abusando della carne infetta (e si gioca davanti alla Casa del Signore che nega e dà in consegna la pandemia) quindi la battaglia dove si mangia, si fa a brandelli e si cede all'assuefazione con il ballo. 

Lo spunto narrativo mette in luce componenti diversificati che fanno gioco di squadra. Mi spiego meglio: l'elemento che si perde nella fiction può trovare respiro in un episodio raccontato attraverso uno stile fumettistico, e giungere ad una fusione interessante con il linguaggio della video arte. L'imperfezione controllata fa il resto, accompagnata da una musica che profuma di senso elettronico e apre al metal. 

In definitiva, una libertà di espressione a dosi equilibrate, senza conflitti e lotte verso una prevaricazione.  Avere fiducia in se stessi cercando di non oltrepassare una specie di frontiera morale. Così facendo le fantasie arrivano e si agganciano l'una all'altra. La storia nasce, prende forma e si sviluppa. Risulta vero, i miei film non di rado aprono alla violenza e alla provocazione ma è il compito di ogni forma d'arte: generare qualcosa.